L’utilizzo dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale torna al centro del dibattito italiano dopo il decreto di recepimento dell’AI Act europeo. La possibilità di utilizzare sistemi biometrici per finalità di sicurezza pubblica, pur entro limiti temporali e con specifiche autorizzazioni, ha riacceso il confronto tra esigenze di tutela collettiva e difesa della privacy.
Al di là del dibattito politico, è importante ricordare che questa tecnologia non rappresenta una novità assoluta. Da oltre due decenni numerosi Paesi utilizzano sistemi di riconoscimento facciale e algoritmi di analisi predittiva come strumenti di prevenzione e supporto alle attività investigative.
Dalla videosorveglianza tradizionale alla sicurezza intelligente
Negli Stati Uniti, già all’inizio degli anni Duemila, aeroporti, infrastrutture critiche e grandi eventi sportivi hanno iniziato a sperimentare software capaci di confrontare automaticamente i volti ripresi dalle telecamere con database di soggetti ricercati.
Anche nel Regno Unito sono stati sviluppati programmi pilota di riconoscimento facciale in occasione di manifestazioni pubbliche, mentre diversi Paesi asiatici hanno investito massicciamente in reti di videosorveglianza intelligenti in grado di identificare persone, veicoli e comportamenti sospetti in tempo reale.
Parallelamente si sono evoluti i sistemi di predictive policing, cioè piattaforme che, attraverso l’analisi di enormi quantità di dati, individuano aree o situazioni caratterizzate da una maggiore probabilità di eventi criminosi. Non si tratta di prevedere chi commetterà un reato, bensì di supportare le forze dell’ordine nell’allocazione delle risorse e nella prevenzione.
L’intelligenza artificiale come supporto decisionale
È importante chiarire un aspetto spesso trascurato: nei sistemi più avanzati l’intelligenza artificiale non sostituisce mai l’operatore umano.
L’algoritmo individua possibili corrispondenze, segnala anomalie o attribuisce livelli di probabilità, ma la decisione finale rimane sempre affidata a personale qualificato. Questo principio è oggi uno dei cardini dello stesso AI Act europeo, che impone la supervisione umana per tutti i sistemi classificati ad alto rischio.
Lo stesso approccio viene utilizzato anche in ambito industriale, dove l’intelligenza artificiale supporta gli addetti nella manutenzione predittiva, nella sicurezza degli impianti e nella gestione delle emergenze senza sostituire il giudizio professionale.
Sicurezza e diritti fondamentali devono convivere
Il vero tema non riguarda tanto la disponibilità della tecnologia quanto le regole che ne disciplinano l’utilizzo.
L’Europa ha scelto un modello diverso rispetto ad altre aree del mondo, introducendo un sistema basato su proporzionalità, trasparenza, limitazione delle finalità e controllo pubblico. L’obiettivo è evitare forme di sorveglianza indiscriminata mantenendo però strumenti efficaci per contrastare terrorismo, criminalità organizzata e minacce alla sicurezza.
La sfida sarà trovare un equilibrio tra due diritti ugualmente rilevanti: la protezione della collettività e la tutela della riservatezza dei cittadini.
Quali ricadute per le imprese?
Anche se il dibattito riguarda principalmente la sicurezza pubblica, le aziende non possono considerarsi estranee a questa evoluzione normativa.
Sempre più organizzazioni stanno introducendo sistemi basati sull’intelligenza artificiale per il controllo degli accessi, la gestione dei flussi di persone, la protezione delle aree sensibili e il monitoraggio delle infrastrutture critiche. Tutte queste applicazioni rientrano tra quelle disciplinate dall’AI Act e richiederanno una valutazione preventiva dei rischi, adeguate misure di governance e il rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali.
Per i responsabili della sicurezza aziendale, gli RSPP e i datori di lavoro si apre quindi una nuova fase, nella quale competenze tecnologiche, cybersecurity, privacy e conformità normativa dovranno integrarsi sempre di più.
Uno scenario destinato a evolversi
L’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza continuerà a crescere nei prossimi anni. Le tecnologie saranno sempre più precise, veloci e integrate con sistemi di videosorveglianza, sensori intelligenti e piattaforme di analisi dei dati.
La vera differenza non sarà rappresentata dalla capacità degli algoritmi, ma dalla qualità delle regole che ne governeranno l’utilizzo. L’innovazione può rendere più sicure città, aziende e infrastrutture solo se accompagnata da trasparenza, responsabilità e controllo umano.
L’Italia si trova oggi davanti a una scelta importante: adottare strumenti già consolidati a livello internazionale, adattandoli però ai principi europei di tutela dei diritti fondamentali. È una sfida complessa, ma inevitabile, in un contesto in cui sicurezza e innovazione sono sempre più strettamente connesse.



