Di Giovanni Polidoro – Gruppo Polaris
La tragedia avvenuta al depuratore di San Vito Lo Capo, dove secondo le prime ricostruzioni un lavoratore e un soccorritore hanno perso la vita a causa delle esalazioni presenti nell’impianto, riporta drammaticamente al centro dell’attenzione un tema che nel mondo della sicurezza sul lavoro conosciamo da anni: il rischio degli ambienti confinati e sospetti di inquinamento.
È un rischio particolarmente insidioso perché spesso non è immediatamente percepibile. Non ci sono fiamme, rumori o segnali evidenti che avvertano del pericolo. L’aria può sembrare normale e, invece, contenere concentrazioni letali di gas tossici oppure non avere ossigeno sufficiente per garantire la sopravvivenza.
Il pericolo invisibile degli impianti di depurazione
Depuratori, vasche, pozzetti, cisterne, silos, fosse biologiche, serbatoi e locali interrati possono presentare condizioni estremamente pericolose.
Tra i gas che possono svilupparsi in questi ambienti c’è l’idrogeno solforato (H₂S), prodotto anche dalla decomposizione della materia organica e dei liquami. A basse concentrazioni è riconoscibile per il caratteristico odore di uova marce, ma affidarsi all’olfatto è un errore gravissimo: aumentando la concentrazione, l’idrogeno solforato può compromettere il senso dell’olfatto, rendendo il gas praticamente impercettibile.
Inoltre, in determinate condizioni, può accumularsi nelle zone più basse degli ambienti confinati.
Il problema non riguarda soltanto l’idrogeno solforato. In uno spazio confinato possono essere presenti atmosfere povere di ossigeno, gas tossici, vapori infiammabili o combinazioni di più fattori di rischio.
Per questo “non sento odore” non significa “non c’è pericolo”.
La dinamica più drammatica: la catena dei soccorsi
C’è un elemento che rende gli incidenti negli ambienti confinati particolarmente tragici: spesso la prima vittima non è l’unica.
Quando un lavoratore viene trovato privo di sensi, l’istinto di chi gli è vicino è quello di intervenire immediatamente. È una reazione umana, comprensibile e persino encomiabile.
Ma in un ambiente contaminato può diventare mortale.
Le statistiche e le analisi degli infortuni mostrano infatti come negli ambienti confinati si possano creare vere e proprie “catene del soccorso”, nelle quali una persona entra per aiutare il collega e viene a sua volta colpita dall’atmosfera pericolosa. INAIL ha evidenziato proprio questo meccanismo tra le caratteristiche degli incidenti plurimi negli ambienti confinati.
La domanda da porsi, quindi, non è soltanto: come salviamo un lavoratore infortunato?
La domanda corretta è: come lo salviamo senza creare una seconda vittima?
Il principio fondamentale: mai entrare senza verificare
La prima regola della sicurezza negli ambienti confinati dovrebbe essere semplice: prima di entrare bisogna sapere che cosa c’è nell’aria.
La valutazione del rischio deve individuare preventivamente le caratteristiche dell’ambiente, le possibili sostanze presenti, le modalità di accesso, le condizioni di ventilazione, le attività da svolgere e le procedure di emergenza.
Quando previsto dalla valutazione dei rischi, il controllo dell’atmosfera deve essere effettuato con strumenti adeguati e, soprattutto, non può essere considerato un’operazione una tantum: le condizioni possono cambiare durante il lavoro.
La tecnologia oggi offre strumenti di monitoraggio sempre più efficaci. Lo stesso INAIL indica tra le soluzioni per la riduzione del rischio sistemi di monitoraggio dell’atmosfera, dispositivi per il recupero degli operatori, sistemi di comunicazione e, quando possibile, tecnologie che permettono di evitare l’ingresso dell’uomo, come robot e sistemi automatizzati.
DPR 177/2011: le regole esistono, ma devono diventare comportamento
L’Italia dispone da anni di una disciplina specifica per le attività negli ambienti sospetti di inquinamento o confinati. Il DPR 177/2011 stabilisce requisiti di qualificazione per imprese e lavoratori autonomi e prevede specifiche procedure di sicurezza.
Ma la normativa, da sola, non basta.
La sicurezza diventa realmente efficace quando le prescrizioni entrano nell’organizzazione quotidiana del lavoro: valutazione dei rischi, procedure operative, formazione, addestramento, controllo delle attrezzature, gestione delle emergenze e coordinamento tra le persone coinvolte.
Nel 2024, dopo la tragedia di Casteldaccia, dove cinque lavoratori morirono a causa di vapori tossici, INAIL ha nuovamente richiamato l’attenzione sul fenomeno degli incidenti plurimi negli ambienti confinati.
E nel novembre dello stesso anno è stata pubblicata la UNI EN ISO 11958, dedicata all’identificazione dei pericoli e alla valutazione dei rischi negli ambienti confinati e/o sospetti di inquinamento.
Abbiamo quindi norme, strumenti e conoscenze tecniche. La vera sfida è trasformarli in comportamenti concreti.
La formazione deve essere soprattutto addestramento
Un lavoratore che opera in un ambiente confinato non deve soltanto conoscere i rischi in teoria.
Deve sapere come comportarsi prima, durante e dopo l’ingresso. Deve conoscere le procedure di comunicazione, i dispositivi di protezione, i sistemi di recupero e soprattutto deve essere addestrato a riconoscere una situazione nella quale il lavoro deve essere immediatamente interrotto.
Anche il soccorso richiede competenze specifiche.
Il messaggio più importante da trasmettere durante la formazione è forse il più difficile da accettare: non sempre aiutare significa entrare.
Se un collega è a terra in un ambiente potenzialmente contaminato, il primo gesto di soccorso può essere proprio quello di non entrare, mettere in sicurezza l’area, allertare i soccorsi specializzati e utilizzare, quando previsto, sistemi di recupero progettati per operare dall’esterno.
INAIL ha sviluppato anche percorsi di formazione e addestramento specifici, con simulazioni di condizioni critiche e procedure di recupero degli operatori infortunati o colti da malore.
La sicurezza si misura anche nella capacità di fermarsi
Ogni incidente in ambiente confinato dovrebbe ricordarci una cosa fondamentale: il coraggio non può sostituire la procedura.
Davanti a un collega in difficoltà, la reazione istintiva è intervenire. Ma la sicurezza professionale significa saper controllare quell’istinto e applicare una procedura che protegga sia la vittima sia il soccorritore.
La vera cultura della sicurezza nasce anche dalla capacità di dire:
“Non entro finché non sono sicuro di poterlo fare.”
È una frase semplice, ma può fare la differenza tra un intervento di soccorso e una seconda tragedia.
La vicenda di San Vito Lo Capo dovrà essere chiarita dalle indagini e non spetta a noi formulare giudizi sulle responsabilità. Spetta però a chi si occupa di sicurezza sul lavoro trasformare anche questa tragedia in una domanda concreta per ogni azienda:
se domani un nostro lavoratore dovesse avere un malore dentro un ambiente confinato, siamo davvero preparati a salvarlo senza mettere in pericolo qualcun altro?
Se la risposta non è un sì convinto, quella è la prima emergenza sulla quale intervenire.



